Note di Regia

Tutto nasce da Intervista a mia madre
I protagonisti de Le cose belle sono gli stessi del documentario che realizzammo nel 1999 a Napoli, per Rai Tre, co-prodotto con Teatri Uniti, intitolato Intervista a mia madre, nel quale raccontavamo la vita di due ragazzi dodicenni e due ragazze quattordicenni e del loro rapporto con le proprie famiglie e principalmente con le mamme. Li filmammo in quella fase della vita in cui gli occhi brillano di una luce speciale e in una città dove tutto sembrava più forte: la violenza, le speranze, l'energia, la sensualità, la rassegnazione. La relazione tra noi e loro fu improvvisa, straordinaria e intensissima. Inoltre capitammo a Napoli in un periodo storico in cui la città sembrava guardare al futuro con ritrovata fiducia. E anche loro, Adele, Enzo, Fabio e Silvana, seppur armati di scaramantico disincanto, covavano legittime attese verso il futuro.
Di fatto tentammo di usare quel periodo per renderli più consapevoli e, dove possibile, dare una mano nelle loro vite difficili. Ma avevamo la scadenza della messa in onda e delle nostre sei settimane a disposizione per le riprese: due le consumammo per individuare i nostri quattro protagonisti, così che ce ne rimasero solo quattro da dedicare a loro, sia umanamente che cinematograficamente. Quattro settimane per quattro vite sono poche, da allora ci è sempre rimasto il desiderio di poter approfondire di più. Anche perché quando si filma la vita di una persona, il rapporto che si crea tra chi filma e chi è filmato è essenziale. Ognuno mette se stesso nelle mani dell'altro: il regista mette il suo film nelle mani dei suoi protagonisti e questi affidano al regista il racconto di una parte delle loro vite. Si crea un forte legame, diverso, forse, dall'amicizia o dall'amore, ma non meno profondo: per realizzare un documentario è necessaria una fiducia reciproca assoluta... Nel rispetto di tale fiducia non abbiamo mai interrotto il legame con loro, anche dopo che Intervista a mia madre ebbe un bel successo. Anzi, forse anche alla luce di questo crebbe in noi la sensazione di aver avuto una qualche responsabilità nel destino di questi ragazzi diventati adulti. Già nel 2002, eravamo tornati a Napoli, dove, con Antonella Di Nocera, che era stata indispensabile tre anni prima per trovare i protagonisti, realizzammo un laboratorio per insegnare loro ad usare le telecamere da soli, e poi, ispirati dal loro girato e dai loro racconti, scrivemmo un trattamento per un film nel quale si mescolava realtà e messa in scena. Ma per motivi produttivi il progetto naufragò...

Dieci anni dopo
Nel 2009, decidemmo di riprovare a concedere a loro e a noi stessi la tanto desiderata seconda possibilità. Antonella, divenuta lei stessa produttrice, aveva ottenuto un piccolo finanziamento dalla Regione Campania permettendoci di poter mettere in piedi una prima tranche di nuove riprese che poi, sia per scelta artistica che per difficoltà finanziarie, potemmo completare in un arco di quattro anni.
A spingerci non è stata soltanto la curiosità, squisitamente cinematografica: anche se eravamo soltanto i registi di un documentario che parlava delle loro esistenze, col tempo è cresciuta in noi la sensazione di aver avuto una qualche responsabilità nel destino di questi ragazzi diventati adulti. Consapevoli di non essere né i primi né gli ultimi registi intenzionati a scoprire anni dopo che fine hanno fatto i loro personaggi, nel riavvicinarci ad Adele, Enzo, Fabio e Silvana ci rendemmo subito conto di non essere riusciti - anche se non era certo nostro compito - a "salvarli" dalla catastrofe della loro città, dove ogni speranza di rinascita era stata, ancora una volta, delusa: le loro esistenze sembravano ferme, cristallizzate, senza prospettive di miglioramento. Questo ci creò un disagio palpabile, direttamente collegato al dolore per la loro condizione ma anche per quella di una città che ci aveva adottati e che ormai stava andando alla deriva sotto gli occhi del mondo. Avevamo anche paura di "speculare" cinematograficamente su tutto questo, sull'immagine - diffusa a livello internazionale, anche grazie al successo del romanzo e del film Gomorra - di una Napoli ostaggio dell'immondizia e del sistema di ecomafia che la gestiva.
Ma la paura e il disagio si sono poi affievoliti, fino a sparire, grazie alla loro forza vitale, all'indisponibilità ad arrendersi, alla dignità con cui cercavano di rimanere a galla. E se da una parte certi sguardi spenti e privi di sogni ci sembravano la conferma di come tutto fosse andato come previsto, dall'altra quegli stessi sguardi ci comunicavano la fine dell'innocenza e l'inizio di una disincantata consapevolezza.
I nostri due ragazzini erano diventati uomini, così diversi tra loro ma ugualmente legati dalla precarietà del lavoro. Le due ragazze adolescenti erano donne, una delle due mamma di una bimba, l'altra mamma "adottiva" di sua madre e dei suoi fratelli. Tutti e quattro testimoni di una napoletanità che ben presto scoprimmo essere l'anticamera locale di quello che sistematicamente succedeva, poco dopo, a livello globale. Perché forse Napoli è l'Italia al cubo, e non solo l'Italia...
Questa esperienza ci ha definitivamente confermato che difficilmente un documentario può cambiare una vita, però i nostri protagonisti - così come forse i loro coetanei - attraverso questo film possono essere più consapevoli di quante cose belle scaturiscano dalle loro esistenze, nonostante tutto.

I diversi linguaggi da amalgamare
Con Le cose belle volevamo realizzare un film che non fosse fruibile solo in virtù di quello precedente, ma che avesse una sua autonomia. Questa prima sfida ne inglobava una seconda, di metodo: resistere alla tentazione di filmare i protagonisti che si rivedono nelle nostre immagini di anni prima, commentando in una sorta di "come eravamo...".
A sua volta questa scelta ne ha prodotta un'altra ancora, che ci ha fatto soffrire ma che rivendichiamo con soddisfazione: quella di non usare come elemento narrativo o addirittura come filo conduttore il rapporto tra noi e loro, che avrebbe implicato l'inevitabile e "facile" ricorso all'uso diaristico dell'io narrante. La sfida più grande insomma è stata resistere a questa tentazione, di raccontare non solo il loro ma anche il nostro invecchiamento...
Per Le cose belle la scommessa è stata quella di mostrare il quotidiano con uno sguardo più "cinematografico", provando a raccontare eventi, situazioni e stati d'animo senza interviste, con i personaggi che non guardano in macchina, con la costante ricerca di una drammaturgia, agita e non raccontata.
Queste scelte - che possiamo considerare consuete nel cosiddetto documentario "di creazione" - hanno implicato una serie di difficoltà al montaggio: soprattutto quando si è trattato di amalgamare in un unico film lo stile delle nuove riprese effettuate dal 2009 al 2012 con quello del repertorio pescato dal girato del 1999 e rimontato all'occorrenza.
Tutte queste difficoltà sono state però controbilanciate da un privilegio: nel cinema di finzione, per raccontare gli stessi personaggi in età diverse delle loro vite si ricorre ad attori somiglianti o ad impegnativi interventi di make-up, nel nostro caso i quattro protagonisti sono gli stessi, cresciuti di dodici anni e il make-up è quello curato dalla vita stessa.

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